AUTOLESIONISMO

Definizione

L’autolesionismo è un fenomeno sempre più diffuso tra gli adolescenti che consente di concentrarsi sul dolore fisico per non sentire il dolore emotivo che spesso li affligge.

Le condotte autolesive sono gesti rivolti contro sé stessi finalizzati a provocare dolore come ad esempio il tagliarsi la pelle, con lamette, coltelli, o qualsiasi oggetto affilato (chiodi, forbici, pezzi di vetro), oppure bruciarsi, o marchiarsi con oggetti roventi. Questo tipo di azioni consentono di spostare la propria attenzione sul dolore fisico, distogliendola da quello emotivo, fonte di un malessere psicologico che non si è in grado di verbalizzare ed esprimere a parole ma che può essere comunicato attraverso il corpo.

Il dolore emotivo che può portare un giovane a provocarsi volontariamente dolore può essere provocato da profondi vissuti di vuoto interiore, soprattutto nei gravi disturbi di personalità o negli stati dissociativi dovuti a traumi o ad abusi; in tali quadri psicopatologici l’esperienza del ferirsi rappresenta un modo per “riconnettersi alla vita”, riportando una mente disconnessa alla realtà. Nel momento in cui si esperisce uno stato di profonda solitudine, di incertezza e di tristezza patologica il ferirsi rappresenta una strategia usata dall’adolescente per scaricare una tensione vissuta come insopportabile o un modo per credere di controllarla anziché esserne vittima. Sentirsi sollevati dal dolore emotivo riporta la persona a ferirsi nuovamente introducendo un circolo vizioso simile ad uno stato di dipendenza, dove l’emozione positiva di sollievo, vissuta con il taglio, porta a mettere in atto ulteriori azioni simili.

Diagnosi

Nel DSM-IV (Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali APA, 2000) i comportamenti autolesionistici sono menzionati come uno dei criteri identificativi del Disturbo Borderline di Personalità, nello specifico nel criterio 5: ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari, o comportamento auto-mutilante. Le ricerche scientifiche sul tema hanno, tuttavia, dimostrato che tali comportamenti si riscontrano anche in altre categorie diagnostiche, come nei disturbi d’ansia, nella depressione, nell’abuso di sostanze, nei disturbi del comportamento alimentare …

I curatori del DSM-5 (APA, 2013) hanno, dunque, deciso di inserire nell’ultima edizione del manuale le categorie diagnostiche di “Autolesionismo non suicidario” (NSSI: not suicidal self injury) e “Autolesionismo non suicidario non altrimenti specificato” (NSSI-NAS). Tali disturbi sono stati inseriti nella categoria dei disturbi diagnosticati generalmente per la prima volta nell’infanzia, fanciullezza e adolescenza.

I criteri per la diagnosi di autolesionismo proposti nel manuale sono i seguenti:

Criterio A

Nell’ultimo anno, in cinque o più giorni, l’individuo si è intenzionalmente inflitto danni di qualche tipo alla superficie corporea in grado di indurre sanguinamento, lividi o dolore (per es. tagliandosi, bruciandosi, accoltellandosi, colpendosi, strofinandosi eccessivamente), con l’aspettativa che la ferita porti a danni fisici soltanto lievi o moderati (non c’è intenzionalità suicidaria).

Criterio B

L’individuo è coinvolto in condotte autolesive con una o più delle seguenti aspettative:

  1. Ottenere sollievo da una sensazione o uno stato cognitivo negativi
  2. Risolvere una difficoltà interpersonale
  3. Indurre una sensazione positiva

Criterio C

L’autolesività intenzionale è associata ad almeno uno dei seguenti sintomi:

  1. Difficoltà interpersonali o sensazioni o pensieri negativi, come depressione, ansia, tensione, rabbia, disagio generalizzato, autocritica, che si verificano nel periodo immediatamente precedente al gesto autolesivo.
  2. Prima di compiere il gesto autolesivo, presenza di un periodo di preoccupazione difficilmente controllabile riguardo al gesto che l’individuo ha intenzione di commettere.
  3. Pensieri di autolesività presenti frequentemente, anche quando il comportamento non viene messo in atto.

Incidenza

L’autolesionismo è un fenomeno molto diffuso tra gli adolescenti e i giovani adulti. Secondo ricerche internazionali l’incidenza di tale fenomeno in queste fasce d’età oscilla tra il 15-20% (Ross et al., 2002) e l’esordio si aggira tra i 13 e i 14 anni (Herpertz, 1995; Nock et al., 2006; Withlock et al. 2006, Ross et al., 2002). Ricerche recenti suggeriscono che pensieri e comportamenti autolesivi si manifestano anche in soggetti più giovani, minori di 14 anni.

Nel panorama Italiano, in un lavoro condotto dall’Osservatorio sulle Tendenze e sui Consumi degli Adolescenti è stato somministrato a circa 2500 adolescenti, tra i 13 e i 20 anni, un questionario in cui veniva chiesto loro se si erano fatti intenzionalmente del male tagliandosi, bruciandosi o dando pugni al muro. Il dato allarmante, in linea anche con altri studi nazionali, è che quasi il 18% del campione dichiara di farsi intenzionalmente del male ed il 3% di loro lo fa in modo costante e ripetitiva, quasi quotidianamente.

Queste pratiche sono molto diffuse tra gli adolescenti ed in particolar modo tra le ragazze. Il portale dedicato allo studio e all’informazione su questo fenomeno il “Self Harm & Self Injury” riporta dati secondo cui i comportamenti autolesionistici vedono protagonisti il 42% degli adolescenti tre i 13 ed i 22 anni.

Trattamento

Ai genitori si consiglia di porre particolare attenzione ai segnali di allarme per poter intervenire tempestivamente rivolgendosi ad un esperto. È possibile, infatti, identificare nei giovani alcuni segnali che possono fungere da campanelli di allarme e richiamare l’attenzione degli adulti come ad esempio il coprirsi le braccia, indossando maniche lunghe o felpe anche fuori stagione, oppure macchiare di sangue i vestiti, isolarsi e trascorrere molto tempo chiusi in bagno e apparire eccessivamente irritabili, con frequenti episodi di agiti e scarso controllo delle emozioni.

All’interno dei percorsi di psicoterapia individuale, volti ad indagare la funzione del sintomo e le la ricerca recente (Morris, C., Simpson, J., Sampson, M., Beesley, F., 2013) sottolinea l’importanza di intervenire sulle emozioni positive, costruendo e condividendo un linguaggio emotivo comune tra il paziente ed il terapeuta che possa ridurre gli effetti delle emozioni negative e consentire lo sviluppo di maggiori competenze nella gestione delle stesse, spesso alla base dei comportamenti autolesivi.