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Immigrazione e Tossicodipendenza: Aspetti Culturali



A cura di Moreno Marcucci, Ketti Chiappa, Lucia Bartolacci,
Centro Studi e Ricerche Nostos

INTRODUZIONE

L’uso di sostanze stupefacenti fa parte della storia dell’uomo, che le ha sempre utilizzate per alterare i suoi stati di coscienza. Questo fenomeno deriva dalla necessità di evadere dalle problematiche della vita reale, da una personalità tendente alla ricerca di forti sensazioni.

La società occidentale ha una visione edonistica dell’abuso di sostanze, nonostante sia ormai consolidato il concetto di automedicazione e il messaggio di sofferenza insito in tali comportamenti.

Non possiamo fare lo stesso discorso per  la popolazione immigrata, che viene valutata solo per gli aspetti di criminalità. La tendenza della nostra società è di considerare gli immigrati che vengono a contatto con le sostanze, solo come spacciatori e non come tossicodipendenti. In questa popolazione, inizialmente dedita prevalentemente allo spaccio, va affermandosi sempre più il consumo di stupefacenti e alcol. La riduzione di questo problema ad un fenomeno di criminalità produce una discriminazione tra tossicodipendenti italiani e immigrati.

Un’altra questione è la problematica di difficoltà di accesso ai Sert da parte degli immigrati.

Addirittura nel 1994 in California, fu emanata una legge, la Proposition 187, che oltre a negare l’assistenza sanitaria agli immigrati irregolari, obbliga i medici a denunciare queste persone alle autorità di polizia. Questa legge viola sia il principio etico professionale di assistenza ai bisognosi, sia il principio di riservatezza. Difficilmente quindi un extracomunitario irregolare si recherà al Sert per chiedere sostegno. Non dobbiamo però pensare che sia semplice, anche per gli immigrati con regolare permesso di soggiorno, rivolgersi ai Servizi Sanitari del paese che li ospita.

Un altro motivo di resistenza da parte degli immigrati nel recarsi al Sert  è il timore di patologizzare l’etnia di appartenenza, preferiscono quindi nascondersi dietro uno stigma.

Ogni cultura porta con sé una storia e questo si verifica anche per l’assunzione di sostanze stupefacenti; molti popoli utilizzano tuttora la droga come rito d’iniziazione o religioso, o addirittura come stile di vita e sicuramente questo è molto diverso dall’utilizzo che ne viene fatto nella società occidentale.

La domanda che ci poniamo è se gli immigrati, quando giungono nel nostro paese, continuano a rimanere legati alle loro usanze, alla loro cultura, anche nella modalità di utilizzo delle sostanze, o si adeguano precipitosamente e con le relative conseguenze ad una cultura così diversa dalla loro, che attualmente promuove la competitività e la lotta al potere attraverso le sostanze eccitanti.

BREVE EXCURSUS STORICO

Possiamo suddividere la storia delle droghe in due fasi: il primo periodo va  dall’antichità al XIX secolo e il secondo dal XIX ad oggi.

Già nel 7000 a.C. si conosce l’uso di funghi allucinogeni; dal 4000 a.C. l’uso di oppio e nel 2700 a.C. in Cina, l’imperatore consente l’utilizzo di cannabis come medicinale.

A metà del XIX secolo si arriva alla Guerra dell’Oppio attraverso il conflitto tra il colonialismo britannico e l’impero cinese, conflitto che dà inizio alla fase contemporanea della storia della droga, portando a considerare le droghe come merce di scambio. In seguito alle sostanze naturali vengono sintetizzate quelle chimiche e ciò conduce ad un vero e proprio mercato della droga, con le relative conseguenze a livello di macro-criminalità.

Le droghe iniziano ad essere suddivise tra quelle Occidentali (tabacco, caffè, alcol) che vengono permesse perché considerate buone e quelle Orientali (coca, oppio e canapa indiana) proibite in quanto cattive e dannose.

Nel 1914 gli USA proibiscono l’utilizzo di oppiacei senza ricetta medica e nel 1961 ha inizio la guerra alla droga, dichiarata a livello internazionale con la convenzione sancita a  New Yok e sottoscritta da 73 stati.

Da un excursus storico abbiamo constatato che l’utilizzo delle sostanze ha accompagnato le organizzazioni umane sin dall’antichità; accenneremo brevemente le principali tappe di questo percorso.

L’uso di canapa come pianta psicoattiva risale al popolo Inca; narra una leggenda che il Dio Shiva per fuggire dal sole, si nascose in mezzo ad un campo di canapa e iniziò a mangiarne le foglie; ne trasse così grande giovamento da sceglierlo come cibo preferito.

Si sono ritrovate mummie peruviane, risalenti al 2400 a.C. nelle cui tombe erano presenti foglie di coca. I Veda nel 2000-1400 a.C. furono i primi ad utilizzare la canapa come rimedio contro l’ansia.

I primi ritrovamenti di semi di papavero da oppio risalgono al Neolitico e all’età del Bronzo, cioè a 4000 anni fa. Sempre in questo periodo, tra la popolazione dei Sumeri, veniva utilizzata una sostanza chiamata Hul-Gil che secondo gli studiosi attuali si trattava di oppio.

Oppio e vino erano le droghe caratterizzanti la Roma degli imperatori Nerone, Tito, Traiano, Adriano e Marco Aurelio; quest’ultimo è stato considerato il primo tossicodipendente da oppio della storia.

Nell’impero Inca la coca, nel 1200-1500 d.C., era al centro del sistema sociale e religioso e il suo utilizzo da parte di gente comune era controllato e riservato solo ad occasioni particolari.

Nel 1500 la coca e il tabacco approdano in Europa, quando oppio ed alcol erano già in uso da secoli; in questo stesso periodo compare per la prima volta sui libri l’uso di alcol come problema.

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