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Immigrazione e Tossicodipendenza: Aspetti Culturali



A cura di Moreno Marcucci, Ketti Chiappa, Lucia Bartolacci,
Centro Studi e Ricerche Nostos

Sempre riferendosi all’alcol, è noto il Codice di Hammurabi (1800 a.C.) che sanciva le prime leggi atte a regolamentare il commercio di tale sostanza.

A metà del 1800 si affaccia alle coste americane la cannabis giunta dalla Giamaica, vengono sintetizzate la cocaina e la diacetilmorfina (eroina); quest’ultima commercializzata dalla Bayer come rimedio contro l’influenza e reclamizzata come migliore della morfina, perché non provocava dipendenza.

Nei primi anni del 900 cocaina, oppio e derivati non vengono più venduti liberamente e questo incrementa notevolmente la criminalità ed i narcotraffici. In contrasto a ciò, sorge il movimento antiproibizionista sostenuto in tutti i paesi occidentali da medici, scrittori, religiosi ed economisti.

Negli anni ’60 all’utilizzo di queste sostanze si associano amfetamine, allucinogeni e barbiturici.

La storia delle droghe continua fino ai nostri giorni, i tipi di sostanze sintetiche presenti sul mercato attuale sono così tante che nominarle tutte richiederebbe troppo spazio.

DROGHE: SIGNIFICATO SIMBOLICO E PROCESSI MIGRATORI

Dal XIX sec. in poi  le droghe diventano sempre più delle merci, cioè elementi di scambio all’interno della società. Acquistano un valore economico uguale a quello di altri beni di consumo. Come accennato sopra, avviene una netta distinzione tra le sostanze utilizzate nei paesi occidentali e quelle nei paesi orientali; considerate buone e legali le prime, nocive e illegali le seconde.

 In questo senso vediamo come le società occidentali abbiano esercitato il loro potere nel discriminare i diversi aspetti culturali veicolati dalle sostanze. Vogliamo sottolineare come per altri popoli le sostanze e il loro utilizzo risalgono all’antichità e sono legate alle ritualità religiosa e all’uso sociale che regolamentavano l’utilizzo delle stesse. Il valore emotivo e culturale dell’utilizzo delle droghe, si  presuppone sia differente in base all’appartenenza etnica e religiosa del soggetto che le usa. Si vuole con ciò sostenere che l’utilizzo delle sostanze sia diverso per i soggetti delle popolazioni occidentali, che vivono immersi in una società psicofarmacologica nella quale l’uso delle molecole psicoattive costituisce un elemento fondamentale della vita quotidiana. Attraverso queste sostanze l’individuo dei paesi occidentali cerca di superare le difficoltà della vita quotidiana, di diminuire la sofferenza giornaliera e, nelle fasce di popolazioni più giovani, è ormai entrata in voga l’ idea che il divertimento, il cosiddetto sballo, sia mediato unicamente dall’utilizzo di sostanze psicoattive. D’altro canto le economie dei paesi  occidentali, non possono più rinunciare agli enormi movimenti di denaro prodotto dal commercio delle sostanze illegali.

Ben diverso ci sembra il significato antropologico-culturale, che si realizza nell’incontro fra uomo e droga, nei soggetti provenienti da quelle culture nelle quali, come abbiamo accennato precedentemente, il contenuto simbolico della sostanza è molto più profondo e radicato rispetto all’uso edonistico che ne viene fatto nelle società occidentali. Le nostre conoscenze ci permettono di dedurre come le società tradizionali riuscivano a padroneggiare l’uso di potenti sostanze con potere allucinogeno ed eccitante, a regolarne l’effetto e a dare un significato riconosciuto a questo uso. In molti casi si esercitava anche una guida sullo stato mentale dell’iniziato in trance   allucinogeno, in modo da poter orientare l’effetto delle sostanze verso una maggiore conoscenza di se stessi. L’utilizzo, quindi, da parte degli immigrati delle sostanze è molto differente rispetto all’uso di massa che ne viene fatto nelle nostre società.

La complessità dell’esperienza migratoria riconosce al desiderio di appartenenza etnica, una delle esperienze più complesse e difficili da strutturare quando ci si trova in paesi completamente differenti per cultura, religione e costumi quotidiani dal proprio paese di origine. L’esperienza individuale della migrazione identifica, come uno degli elementi centrali, la capacità di dominare o superare la nostalgia. Tale processo risulta favorito da un buon inserimento lavorativo e personale del paese ospite. Viceversa le difficoltà che s’incontrano nei processi d’integrazione, renderebbe molto più difficile il superamento della nostalgia. In questo senso l’utilizzo di sostanze, indipendentemente dagli scopi criminali, determinerebbe un legame con il senso di appartenenza etnico e favorirebbe una maggiore tolleranza dei processi di disagio e nostalgia prodotti dalla migrazione. Tali ipotesi potrebbero essere confermate dal diverso utilizzo che viene fatto della droga (ad esempio gli immigrati, almeno nelle fasi iniziali, scelgono di utilizzare la via inalatoria, evitando, al contrario degli occidentali, l’uso endovena della sostanza) e dalle sostanze selezionate, che sembrano maggiormente legate alla propria appartenenza e cultura. Per approfondire l’argomento, possiamo solo utilizzare studi sui carcerati; studi poco significativi perché basati unicamente su persone immigrate che hanno commesso atti criminosi. Questi studi sono stati effettuati sulla popolazione carceraria di Bologna,  proveniente per il 60% da paesi extraeuropei, di cui il 90% di origine magrebina.
Lo scopo della ricerca è di contrastare il pregiudizio che vede la popolazione carceraria immigrata solo da un punto di vista criminale e non prende in considerazione l’elevata presenza di tossicodipendenza. Dai dati si evidenzia uno scenario molto complesso, che vede il magrebino tossicodipendente, come l’evoluzione di due possibili percorsi: da un lato l’immigrato che da spacciatore di strada diventa tossicodipendente, dall’altro la tossicodipendenza primaria alla quale fa seguito il comportamento criminale, atto a reperire la sostanza. L’approccio alla sostanza è anche determinato dall’appartenenza ai diversi gruppi etnici, ad esempio è noto il rimprovero dei marocchini verso i tunisini, i quali verrebbero in Italia con l’unico scopo di spacciare. E’ diversa la situazione per i marocchini che arrivano in Italia dopo aver provato il fallimento della migrazione interna a Casablanca, con la speranza di sistemarsi economicamente. Nel caso in cui l’esperienza avesse un esito negativo, questa favorirebbe l’esordio della tossicodipendenza e della attività

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