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Isteria e Disturbo di Panico: “quando il
corpo esprime la solitudine” |

A cura di
Moreno Marcucci,
M. Belligoni,
Lucia Bartolacci,
G.Pizzi
Centro Studi e Ricerche Nostos
La caratteristica fondamentale dell’Isteria è di essere una condizione psichica
che si esprime per mezzo del corpo: non per mezzo del comportamento, del
pensiero, del flusso verbale, ma proprio attraverso il corpo. È pur vero che
sono ascritti all’isteria anche fenomeni quali i crepuscoli e le amnesie non
riconducibili a lesioni organiche, ma questi sono ritenuti, quando siano
presenti, dei sintomi secondari; quelli primari sono legati all’espressione
somatica: le grandi crisi acute, le grandi sindromi funzionali, la polimorfa
varietà delle algie, le “stigmate” isteriche.
È dunque nell’isteria che si
rappresenta al massimo grado la scissione tra corpo e mente, laddove, si
ipotizza, una sofferenza grave non può essere percepita ed espressa dal soggetto
se non attraverso il corpo. È lecito supporre che tale percezione non possa, in
parte o del tutto, essere riversata nel circuito comunicativo del pensiero
consapevole, degli atti relazionali intenzionali e trasparenti, del linguaggio
verbale.
Il linguaggio del corpo
nell’Isteria è lo strumento a disposizione di chi non ha parole per comunicare e
forse anche di chi non può o non vuole comunicare con le parole: di chi ha la
povertà comunicativa propria degli “individui rozzi”, ma anche di chi,
appartenendo alla buona società, non può permettersi di esprimere altrimenti
pensieri e desideri considerati “sconvenienti”. È il linguaggio di qualcuno che
di volta in volta, nel corso dei tempi, viene considerato un indemoniato, un
malato, un simulatore.
Ai fini del nostro discorso, è
importante la definizione di Isteria che diede Babinski: si tratta di uno stato
psichico, non necessariamente definibile come patologico, che si esprime con
fenomeni e sintomi che riguardano il corpo. Si può ragionevolmente ipotizzare
che questo stato psichico sia costituito da un fondo di disagio e di sofferenza
delle cui motivazioni il soggetto è più o meno consapevole, e che il corpo sia
lo strumento con cui egli riesce ad esprimerlo: con il corpo tutto, con parti di
esso, con alcuni organi ed apparati, su suggerimento dell’interlocutore o per
autonoma intuizione della funzione comunicativa di quel segmento del proprio
corpo.
Babinski riteneva che questo non
meglio definito stato psichico, costituisse la condizione per rendere il
soggetto sensibile all'auto o etrero-suggestione capace di produrre i sintomi
fisici (ptialismo): in questo modo tentava di risolvere il problema costituito
da una condizione caratterizzata da sintomi talora stabili e invalidanti; egli
ne deduce che esiste un confine assai labile con quella che è un’aperta
simulazione. Forse sarebbe più giusto considerare quello “stato psichico” di cui
parla Babinski come disagio e sofferenza, uniti ad un'impotenza comunicativa:
per inciso mentre il medico osservatore, come scopre Babinski, induce con la
suggestione i sintomi che si aspetta di vedere, la società tutta
“suggerisce”agli isterici di non esprimere in linguaggio comune, i contenuti dei
loro desideri e delle loro sofferenze.
È interessante confrontare le
descrizioni della polimorfa espressività somatica dell’Isteria che i grandi
clinici redigono negli anni tra la fine dell’800 e l’inizio del 900 e le
successive attribuzioni di significato che sono date ai sintomi dalla nascente
cultura psicoanalitica; si ha l’impressione di una riduzione di una grande
varietà di forme ad un unico contenuto comune a tutti: il discorso sessuale
represso.
Certo la sessualità, specie
per le donne e specie in certi ambienti, era argomento “indicibile” e la
repressione del desiderio si sostanziava in impossibilità concreta di farne un
contenuto mentale ed un oggetto di comunicazione: ma forse è più giusto pensare,
che come tutto il corpo dell’isterico parla con i più svariati sintomi, così
l’intera gamma delle espressioni emotive ed affettive, dei sentimenti e dei
desideri può trovarsi negata la via all’espressione libera o, prima ancora,
l’accesso alla consapevolezza piena. Tutto il corpo parla perché in quei
soggetti, in quei tempi, in quella società quasi ogni sentimento o desiderio non
può essere fino in fondo conosciuto ed esperito e meno che mai comunicato.
Nelle forme più gravi di
Isteria, il doversi esprimere solo attraverso il corpo diventa invalidità o
stile di vita: c’è nella vita di queste persone una vasta area dove domina il
silenzio degli affetti e dei desideri; c’è nella vita di tutti i giorni la
“paralisi” reale di una funzione o la riduzione della autonomia personale a
causa di un sintomo o, addirittura, la necessità di dipendere totalmente dagli
altri perché soggetti a crisi frequenti. Il linguaggio del corpo è
paradossalmente solo espressione di malattia, d’invalidità o di indole debole e
tutto sommato disprezzabile. Sospeso tra malattia, sospetto di simulazione,
stigma sociale, l’isterico, e ancor più l’isterica, divengono con il passare
degli anni e con l’affievolirsi dell’interesse suscitato negli “anni d’oro
dell’Isteria” un fardello ingombrante perfino per la Psichiatria. I Grandi
Semplificatori del DSM finiranno per cancellarla.
In fondo l’Isteria ci ha
obbligato a fare i conti con il nostro sapere, ci ha costretto a fare i conti
con i limiti del nostro sapere.
L’Isteria contesta quelle che
sono le nostre conoscenze mediche, stravolge i concetti neurologici; la medicina
ha cercato di prenderla sotto la sua protezione, offrendole un riparo dalle
precedenti persecuzioni, allargando gli esigui confini del corpo agli spazi
mentali e valutando la possibilità che la mente possa influenzare il corpo fino
a modificarne il funzionamento, fino a creare delle disfunzioni come le paralisi
isteriche che superano i confini dell’innervazione e della funzionalità.
Questo accogliere l’Isteria
nel campo della medicina, le ha tolto quella connotazione di espressività
emotiva, di comunicazione della sofferenza in soggetti che non riescono ad
esprimerla attraverso i convenzionali schemi sociali.
Da sempre l’Isteria è legata
alle convenzioni sociali e alla difficoltà della società di accettare
l’espressione dell’emotività. Forse per questo è sempre stata combattuta fino ad
essere denigrata, fino al punto di tornare a bruciare al rogo le isteriche come
indemoniate.
La risposta potrebbe trovarsi
nel significato simbolico dell’espressività corporea, la quale a differenza
dell’espressione verbale, non può essere arbitraria o simulata, bensì
intimamente collegata con i significati che intende trasmettere.
D’altronde quali sono le
persone che dovranno ricorrere a questa forma d’espressione?
Naturalmente i più deboli,
come succedeva per le donne in passato. Le persone che più delle altre soffrono
di vessazioni, quelle che sono più deboli e quindi hanno più paura e non
riescono o non possono essere se stesse non affrontando gravi trasgressioni
sociali come succedeva in passato per la donna, che doveva costantemente
rinunciare ad esprimere le proprie esigenze sessuali ed adeguarsi costantemente
agli obblighi di accudire gli altri e di esercitare il ruolo materno, fino a
diventare schiava di quei compiti, liberarsi dai quali sarebbe stata una grave
offesa per la famiglia e per i ruoli sociali.
Dobbiamo però considerare che
ognuno di noi, può essere se stesso quando sente di aver realizzato le proprie
aspettative e quando queste coincidono con i riconoscimenti relazionali del
contesto nel quale egli vive e si rapporta.
Appare molto difficile sul
piano esistenziale essere se stessi ed esprimere, attraverso un’apparente
inadeguatezza rispetto ai compiti assegnati dal proprio ruolo sociale, una
contestazione delle regole sociali, affrontando la critica e il dissenso di chi
ci circonda e del contesto in cui viviamo.
Entrano in funzione altri
canali: come nella psicosi si viene a formare un altro mondo dove, seppur con
angoscia e terrore il soggetto riesce a sopravvivere, così nell’Isteria il
soggetto si deresponsabilizza, è malato, non è più responsabile dei suoi
comportamenti e riesce ad esprimere vissuti e stati d’animo che non avrebbe mai
potuto esprimere in condizioni di normalità psichica.
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