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Isteria e Disturbo di Panico: “quando il
corpo esprime la solitudine” |

A cura di
Moreno Marcucci,
M. Belligoni,
Lucia Bartolacci,
G.Pizzi
Centro Studi e Ricerche Nostos
In questo senso allora, la comunicazione attraverso il corpo serve ad esprimere
il conflitto psichico legato alla storia individuale fuori dalla volontà del
soggetto stesso in una comunicazione nella quale il soggetto ricevente è colpito
dai sentimenti espressi in maniera tale da non potersi estraniare né tantomeno
fuggire.
Questa modalità comunicativa
ha un reale valore dialettico: è orientata a considerare l’Altro un partner di
scambio o solo una compresenza senza la quale non avrebbe nessun senso la
comunicazione isterica?
In questo senso esiste una
componente coercitiva nell’espressione isterica, che deifica l’altro rendendolo
l’elemento passivo di una comunicazione coercitiva alla quale non si può
sottrarre, rispondendo così in maniera violenta alle precedenti violenze subite.
La psicoanalisi ha descritto
quasi unicamente una componente di espressione sessuale nella comunicazione
isterica, limitando il campo di interpretazione ad un ambito ristretto
all’interno del quale viene, secondo noi, persa una soggettività individuale e
nel contempo, viene attribuita tutta la responsabilità di un comportamento
coercitivo comunicativo e violento senza considerare gli elementi sociali e
relazionali che hanno derivato il sintomo.
Eravamo quindi orientati a
considerare il sintomo isterico come un elemento comunicativo che c'investiva,
nella pratica quotidiana, in maniera spesso fastidiosa per la sua aggressività e
per la coercizione a cui ci costringeva, ma sempre come una via di comunicazione
a cui ricorrevano persone che non potevano o non riuscivano a trovare altri
canali di comunicazione della propria sofferenza.
Per molti anni ci siamo
rassegnati a fare da sfondo al palcoscenico della recita isterica, cercando di
intervenire nelle situazioni di maggiore gravità, come peraltro siamo
generalmente abituati a fare nei servizi pubblici, dove non c’è mai spazio per
interventi spesso considerati “superflui”, ma costantemente in attesa del
momento in cui si creava uno spiraglio di relazione, del momento opportuno per
essere presi finalmente in considerazione e iniziare ad instaurare una relazione
diadica con un soggetto terrorizzato da quest'aspettativa.
Rimanevamo in attesa,
talvolta inutilmente, che il paziente potesse esprimere nella relazione
terapeutica quel livello emotivo contenuto nel linguaggio somatico.
Ufficialmente nella
nosografia in auge, l’Isteria è stata rimpiazzata da tre entità diverse: il
Disturbo di Somatizzazione, i Disturbi Dissociativi, il Disturbo Istrionico di
Personalità. Dal nostro punto di vista, se il nucleo fondamentale dell’Isteria è
la comunicazione attraverso il corpo, le ultime due entità riguardano
concettualizzazioni e fenomeni che vanno oltre questo nucleo; peraltro esistono
altre situazioni in cui l’espressione attraverso il corpo della sofferenza
psichica, è il sintomo fondamentale: tra esse ha suscitato il nostro interesse
il Disturbo di Panico.
Non intendiamo, naturalmente, sostenere una possibile
identità tra la sintomatologia isterica e quella dell’attacco di panico, ma
prendere in esame la possibilità che esistano similitudini forti tra le
condizioni che erano alla base dello “stato psichico” che consentiva
l’espressione dei sintomi isterici e quelle che si possono rinvenire nei
soggetti che manifestano i sintomi somatici che accompagnano l’attacco di
panico.
In particolare alcune nostre
esperienze cliniche ci hanno fatto pensare che certe caratteristiche di
personalità e, correlate a queste alcune difficoltà relazionali e di
comunicazione, fossero simili tra soggetti con Disturbo di Panico e altri per
cui ci capita, nonostante i tempi, di far diagnosi di Isteria.
D’altra parte, il rilievo
clinico che numerosi soggetti affetti da Disturbo di Panico, dopo una remissione
dei sintomi tipici dovuta ad un intervento farmacologico, in seguito presentino
diversi altri tipi di patologia psichiatrica, ci ha fatto pensare alla presenza
di un disordine complessivo della personalità che li assimilano a pazienti con
un quadro riferibile all’Isteria.
Per prima cosa ci ha colpito
la bassissima prevalenza del Disturbo di Somatizzazione: non solo nella nostra
esperienza (non se ne vedono praticamente più, ma questo potrebbe dipendere da
una tendenza, che peraltro riteniamo probabile, dei medici di base a provvedere
essi stessi all’intervento psicofarmacologico), ma anche in quello che viene
riportato dalla letteratura: che il corpo non sia più uno strumento della
comunicazione di chi soffre?
Certo le cose sono cambiate
da quando l’Isteria era così frequente e interessante: le possibilità di
comunicare sono teoricamente infinite; moltissime delle tematiche non
affrontabili nella relazione interpersonale un secolo fa, oggi sono accessibili
e il tabù della sessualità non è certamente più tale; moltissime persone hanno
acquisito strumenti culturali che consentono loro la possibilità di
concettualizzare e mentalizzare una vasta gamma di emozioni, di affetti, di
implicazioni relazionali; la stessa distribuzione del potere all’interno della
famiglia e della società è cambiata e ha restituito la “parola” a tanti soggetti
oppressi dal costume o dalla struttura sociale. Verosimilmente, dunque, almeno
nella società occidentale, si può riuscire a comprendere meglio le ragioni del
proprio disagio e si hanno più strumenti per esprimerlo nella relazione con gli
altri: del corpo c’è dunque meno bisogno.
Ma probabilmente non per
tutti questo è vero: esistono dei soggetti che non riescono a conoscere o a
comunicare i contenuti, i motivi, le origini del proprio disagio e sono ancora
costretti a servirsi di un altro linguaggio: un linguaggio più raffinato di
quello “grezzo” ancorchè polimorfo dell’Isteria, un linguaggio in cui sia
presente l’espressività somatica, nelle fasi acute, ma che di norma si esprima
nella forma in cui il disagio e la sofferenza hanno “imparato” a
materializzarsi, con un sintomo che ha componenti somatiche come elementi di
pertinenza cognitiva, l’ansia.
Quali sono le cose che
possono essere espresse nel linguaggio non corporeo da chi soffre di Disturbo di
Panico? Facciamo una prima ipotesi, che parte dall’osservazione che la maggior
parte di costoro va incontro a fallimenti nei tentativi di affermarsi
socialmente, di conseguire una realizzazione professionale, di rispondere
positivamente alle richieste poste dall’ambiente familiare e sociale: è
possibile che essi tentino di esprimere il desiderio di essere valutati per la
loro ricchezza emotiva e affettiva, per la loro capacità di empatia e di
relazione: essi privilegiano, peraltro senza successo, la lotta per ottenere un
riconoscimento sociale: faticano a riconoscere e ancor più ad esprimere i propri
contenuti affettivi. Coesistono il deficitario adattamento sociale, il senso di
frustrazione che ne deriva e la difficoltà ad accettare e a vivere le proprie
valenze affettive. Tutto questo non può che essere espresso attraverso il
linguaggio ibrido dell’ansia o quello acutamente sofferente del corpo nelle
crisi.
Questa ipotesi naturalmente
andrà verificata o falsificata attraverso un lavoro di indagine clinica e
psicometrica che abbiamo appena iniziato. Per intanto diciamo che ci ha molto
interessato la possibilità di ricominciare a ragionare sul “significato” di una
sintomatologia, sulla possibilità di ritrovare, al di là delle mode nosografiche
(panta rei,
anche i DSM prossimi venturi), il nucleo irriducibile di una sofferenza che
trova canali espressivi “primitivi”, ancorché in qualche modo legate ai tempi e
alle culture: ci ha affascinato l’idea che forse la rinuncia al termine Isteria,
possa aver risolto l’ambiguità linguistica per cui i suoi portatori potevano
essere malati o simulatori o semplicemente “individui rozzi” e che ora il
linguaggio sofferente del corpo, possa essere rettamente interpretato come il
segno di una sofferenza complessiva della persona, alla ricerca di
un'espressione che gli altri possano capire e prendere in considerazione.
Cosa possono avere in comune il DP e
l’Isteria?
Anche in questo quadro
clinico la sintomatologia prevalente è quella legata all’espressione corporea,
la mancanza d’aria, il senso di svenimento, la sua improvvisa insorgenza, la
necessità di avere una figura di riferimento che riesca a calmare e a
tranquillizzare il soggetto, evitando che cada in preda alle sue crisi d’ansia,
ma che nel tempo viene resa completamente dipendente, attraverso i sintomi, alla
volontà indotta dalla malattia.
Bisogna evitare determinati
luoghi perché possono essere pericolosi, il soggetto non può essere lasciato
solo, viene ridotta la propria autonomia a vantaggio di un aumento dell’accudimento
esercitato dagli altri, inoltre c’è un ritrovare una maggiore vicinanza
affettiva, in un soggetto che si trova in uno stadio di vita nel quale stava
iniziando una fase di svincolo e di autonomia, vissuta come esperienza di
abbandono o come un aumento di responsabilità, percepita come un impedimento
alla propria realizzazione personale, come peraltro abbiamo precedentemente
accennato, succedeva in passato nei confronti delle figure femminili, costrette
ed obbligate a rivestire dei ruoli dei quali diventavano schiave.
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