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Isteria e Disturbo di Panico: “quando il corpo esprime la solitudine”



A cura di Moreno Marcucci, M. Belligoni, Lucia Bartolacci, G.Pizzi
Centro Studi e Ricerche Nostos

E non è ancora finita, i disturbi di depersonalizzazione, come sensazione di essere distaccati da se stessi o derealizzazione presenti nel DP, ci hanno fatto ripensare alla depersonalizzazione e alla derealizzazione dell’Isteria.

  Abbiamo per questo deciso di analizzare la struttura di personalità di alcuni soggetti affetti da Disturbo di Panico, utilizzando la somministrazione di MMPI 2, test a nostro avviso significativo, per la completezza che offre dei profili dei soggetti valutati e per il fatto che si presta più facilmente di altri ad analisi comparative tra i medesimi.

  Precedentemente avevamo condotto uno studio che valutava, attraverso la somministrazione di CDQ, la comorbidità del DP con il Disturbo Depressivo.

  Nel presentare l’attuale disamina, ci riferiremo ad entrambi i lavori tenendo in considerazione che: il primo lavoro è stato terminato da tempo, mentre quello attuale è in fase iniziale e considera un numero di soggetti particolarmente esiguo sul piano statistico, che enunciamo ai soli fini della attuale comunicazione, riservandoci successivamente di completare lo studio.

  Il suddetto questionario è stato somministrato a soggetti con diagnosi primaria di Disturbo di Panico secondo i criteri del DSM IV TR.

  Tutti i pazienti dello studio sono in trattamento farmacologico, orientato al controllo della sintomatologia clinica.

  I questionari utilizzabili ai fini diagnostici sono 6, altri test sono risultati non attendibili.

  Nel campione sono compresi 5 maschi e una donna.

  L’età dei soggetti varia fra i 23 e i 50 anni.

  Uno degli elementi che è stato possibile ravvisare dalla visione dei questionari, è l’ampia variabilità nella scala degli interessi sociali, i cui risultati oscillano ai due estremi tra dipendenza e inadeguatezza sociale, come se i soggetti affetti da DP, non riuscissero a trovare un giusto equilibrio tra le relazioni affettive che vengono vissute come eccessivamente invischianti e claustrofobiche, in opposizione all’autonomia personale vissuta come elemento di frattura e distacco affettivo. 

  Il dato evidenziato dai test, nei limiti dovuti all’esiguità del campione, concorda con alcune caratteristiche cliniche e soprattutto con alcuni aspetti relazionali propri di questo quadro psicopatologico, ma peraltro anche dell’Isteria, in cui il rapporto di dipendenza dall’Altro viene ad assumere un ruolo centrale nella gestione del disturbo e, non di meno, le condotte di evitamento che si vanno a costituire, portano il soggetto a rifuggire le situazioni nelle quali si sente inadatto e ad isolarsi sempre di più nella propria sofferenza.

   Altro elemento, secondo noi d’interesse, è rappresentato dai dati che si sono evidenziati nella scala della depressione, nella quale 5 soggetti su sei di questo studio, hanno ottenuto punteggi superiori alla norma. A tale proposito citiamo uno studio precedente da noi effettuato, volto a rilevare componenti di comorbidità tra DP e Depressione, attraverso il questionario di autovalutazione CDQ. Il campione allora esaminato era costituito da soggetti con diagnosi primaria di Disturbo di Panico in terapia farmacologica da almeno due anni e, di età molto variabile (19-67 anni), che ci ha portato a supporre che il DP, contrariamente a quanto da molti presunto, può accompagnare il soggetto oltre gli usuali 35 anni di età. L’anamnesi effettuata, non aveva rilevato nessun precedente disturbo psichico oltre il DP, questo a dimostrare che la sindrome depressiva, riportata dall’80% circa dei soggetti esaminati, era susseguente il Disturbo di Panico.

   Questi risultati ci hanno portato a dire che non è mera casualità che là dove si affaccia un DP, sia presente anche un quadro depressivo. Si può parlare di comorbidità tra le due patologie e, a nostro parere, le circostanze che le rendono manifeste, sono un intreccio di vite vissute e non, sono l’espressione di ciò che nella vita ci è permesso e ciò che ci è proibito.

   Ritornando allo studio attuale, sottolineiamo che l’elemento depressivo è presente in entrambe le patologie, sul piano puramente esistenziale nel Disturbo isterico, che non riuscendo costantemente nella manipolazione del contesto relazionale, sviluppa la depressione come elemento reattivo ad un' insoddisfazione nelle relazioni interpersonali tutte centrate sulla manipolazione; più presente come disturbo clinico sottostante agli stati d’ansia nel Disturbo di Panico, ma ugualmente presente in rapporto alle relazioni interpersonali vissute come inadeguate e abbandoniche.

   Per quanto riguarda i dati relativi alla scala dell’Isteria, si sono riscontrati risultati alti in un soggetto, medio alti in due soggetti, quindi in una metà del campione.

   A tali livelli la dicitura dell’MMPI 2 descrive persone altamente suggestionabili, con episodi di ansia e panico improvvisi, persone inibite che reagiscono sviluppando disturbi fisici, nonché persone manipolative, insicure e bisognose di essere amate.

 Conclusioni

   Sembra che l’Isteria nel 2000 sia realmente scomparsa, dopo una lunga e gloriosa carriera iniziata ai tempi di Ippocrate fino ai nostri giorni, dobbiamo rassegnarci e salutarla per andare a scoprirla sotto altre forme.

   Eppure qualcosa avevamo imparato, la necessità di ascoltare l’Altro come persona con delle esigenze, il costante tentativo di interpretare le richieste, molto spesso camuffate sotto una seduttività sessuale che in fondo era solo una richiesta di essere presa in considerazione come persona, perché quando riuscivamo a superare la maschera della seduzione e scoprire realmente la persona che si nascondeva, capivamo che c’era un mondo di bisogni e di richieste inascoltate.

   Se il DP ha, secondo il nostro pensiero, ereditato qualcosa dall’Isteria, anche per questo disturbo è arrivato il momento di preoccuparsi di comprendere le esigenze emotive che si nascondono dietro un’espressività tutta centrata sul corpo, di considerare il soggetto affetto da DP come una persona che esprime il disagio e talvolta la sofferenza, con modalità che si sono adeguate agli attuali parametri sociali, come per altro ha sempre fatto la patologia che si esprime con il corpo.

   Vorremmo perciò trarre due considerazioni finali: la prima è che l’uomo utilizza la comunicazione corporea come strumento di espressività alternativo nelle situazioni nelle quali non può o crede di non poter accedere ad un altro tipo di comunicazione.

   Se questo è vero, allora queste forme di comunicazione dovrebbero essere analizzate non solo nell’ambito della patologia, ma anche in quello della comprensione e della traduzione dei linguaggi.

   Il secondo elemento è legato alla scoperta di quale significato si nasconde dietro la manifestazione panica: a nostro avviso l’incapacità di gestire le relazioni affettive, l’incapacità di trovare la giusta distanza fra la propria realizzazione personale e il mantenimento dei legami affettivi, trova la sua espressione nel linguaggio ibrido dell’ansia; questo costante squilibrio, l’oscillazione tra dipendenza e desiderio di autonomia e di realizzazione si scompensa acutamente, sicché l’ansia diventa angoscia di morte e il corpo manifesta con la sua sofferenza, l’incapacità di trovare un linguaggio che esprima compiutamente i contenuti del conflitto.

   La società ha influenze su queste problematiche?

   Probabilmente si, come in passato le tematiche sessuali non potevano essere espresse e quindi venivano veicolate attraverso il corpo ora, in una società che predica costantemente la razionalità e la realizzazione personale, intesa come capacità di arricchire con i relativi riconoscimenti in termini di prestigio e di valutazione sociale, esiste ancora per alcuni individui la necessità di dedicare il tempo ai legami affettivi, in un contesto nel quale appare illogico rinunciare ad una carriera ricca di gratificazioni narcisistiche per coltivarli.

   Ci sono molte persone che di fronte a queste scelte si sentono confuse e che talvolta provano acutamente la sensazione di essere costretti in una gabbia comportamentale ed esperiscono col corpo tutta la loro confusione e si sentono in difficoltà, anzi forse in gabbia. 

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