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COMORBILITA' PSICHIATRICA |
INTRODUZIONE SULLA COMORBILITÀ
La "doppia diagnosi" è la coesistenza nello stesso individuo di un comportamento
tossicomanico e di un disordine psichiatrico.
La psichiatria ha bisogno del concetto di doppia diagnosi sia da un punto di
vista nosografico, per un migliore trattamento, sia per far fronte ad un disagio
della clinica psichiatrica contemporanea, in quanto per affrontare questi
soggetti, sarebbe necessario un cambiamento dell'approccio clinico. Attualmente,
tra le strutture che si occupano dei disturbi psichiatrici (ospedaliere,
paraospedaliere e territoriali) e quelle che prendono in carico i
tossicodipendenti, vi è una forte disparità in quanto queste ultime non sono ben
integrate con gli ospedali e le comunità.
Questi soggetti necessitano di una presa in carico unitaria come persone nella
loro complessità quindi per non incappare in errori è preferibile sostituire al
termine "doppia diagnosi", quello di "comorbilità".
I servizi si trovano di fronte al cambiamento di interesse dalla clinica
dell'Asse I ai disturbi di personalità dell'Asse II e la psichiatria non è ben
attrezzata per la gestione ed il trattamento dei disturbi di personalità nel
senso della comorbilità.
Questi pazienti necessitano di un progetto di trattamento unitario ed integrato,
da parte di un'unità operativa multiprofessionale o di un ambiente comunitario
idoneo; per attuare questi cambiamenti è necessario un ridimensionamento
nell'impostazione dell'approccio e nel rapporto tra i vari servizi (Pascal,
1999).
Per salvare la psichiatria dalla sterilità è necessaria una dissezione
dimensionale delle condizioni psichiatriche; dobbiamo capire perché i disturbi
psichiatrici concomitano così frequentemente.
La diagnosi e la classificazione dei disturbi mentali, deve essere sia
categoriale che dimensionale. Il termine comorbilità deve essere analizzato nei
suoi significati in quanto viene abusato e rallenta la concettualizzazione di
nuove strategie di ricerca nella psichiatria sperimentale (Van Prag , 1997).
La concettualizzazione categoriale è entrata in crisi; si è passati da un
approccio nosografico, rigidamente sindromico, ad un approccio dimensionalistico
che tende a non considerare come entità reali le categorie, considerando i
diversi sintomi autonomamente, in un continum trans-nosografico.
In questi ultimi anni si assiste ad una rivoluzione che vede la ricerca,
impegnata a trovare un legame patogenetico tra neuro-mediatore ed alcuni
componenti sintomatologici fondamentali del disturbo mentale quali ansia,
aggressività, cognitività, etc.
La questione del continum psicopatologico tra dipendenze patologiche ed altri
disturbi psichiatrici, risulta essere gravida di conseguenze, non solo sul piano
clinico- diagnostico ma anche su quello terapeutico-riabilitativo (Manna,
Ruggiero, 2001).
Con gli ultimi strumenti di classificazione (ICD 10 e DSM IV), si possono
formulare diagnosi multiple che sono utili per descrivere le diverse
caratteristiche individuali. Con il termine "episodio indice", si indica
l'episodio per il quale il soggetto richiede l'intervento mentre per comorbile,
si intende quell'entità clinica che precede o si presenta insieme, al disturbo
indice sotto studio (Borghesi, DiMauro, 1998).
L'associazione causale tra uso di sostanze e disturbi mentali è complessa, si
può avere:
.Tipo 1: Disordine mentale primario che provoca una tossicodipendenza
secondaria. Si ritiene che molti pazienti in questo gruppo, tentino di curare il
loro disturbo mentale da soli. In questo gruppo l'uso della sostanza è
subentrato in un secondo momento;
.Tipo 2: Tossicodipendenza primaria che provoca una sintomatologia psichiatrica
secondaria. In questo caso il secondo problema deriva da intossicazione acuta,
da una grave crisi d'astinenza, o dagli effetti persistenti del consumo
prolungato da sostanza. La successione cronologica dei due fenomeni conferma
tale diagnosi. L'intensità e la durata delle reazioni psicotiche sono
determinate dal tipo di sostanza usata, dalla sua quantità e dalla durata del
consumo. Il trattamento delle conseguenze della tossicodipendenza può ridurre o
eliminare i sintomi psichiatrici;
.Tipo 3: Disordine mentale combinato a tossicodipendenza con origini distinte e
separate. In questo caso i due problemi sono inizialmente indipendenti ma spesso
interagiscono aggravandosi a vicenda. Gli elementi che permettono di individuare
questo genere di patologia, sono periodi di tempo durante i quali si manifestano
disturbi psichiatrici senza assunzione di droghe e viceversa periodi durante i
quali il paziente fa uso di sostanze, senza per questo manifestare disturbi
psichiatrici.
In letteratura, è ampiamente documentato che il tasso di psicopatologia tra i
tossicodipendenti che affluiscono ai servizi, varia tra il 50% e il 90% (Clerici
et al., 1991).
Numerosi studi sulla comorbilità psichiatrica, tra i disturbi di personalità e
tossicodipendenza, hanno confermato un'associazione variabile dal 26.5% al 100%.
Il disturbo antisociale è quello più frequente, insieme agli altri disturbi del
cluster B del DSM IV.
La diagnosi di disturbo antisociale di personalità in un soggetto con una
diagnosi di dipendenza, è associata a: maggiori e più frequenti problemi legali,
minore compliance terapeutica, peggiore prognosi, minore efficacia dei programmi
terapeutici integrati con psicoterapia, ridotta efficacia delle terapie
farmacologiche con peggiori esiti.
I tossicodipendenti portatori di un disturbo di personalità dei cluster A e C,
tendono ad una distribuzione omogenea negli ambiti terapeutici, ambulatoriali o
residenziali. I soggetti del cluster B si concentrano nei servizi ambulatoriali
per le tossicodipendenze, probabilmente in relazione alle difficoltà che vengono
incontrate, in programmi terapeutici ad alta valenza sociale ed interpersonale,
come quelli residenziali comunitari (Manna , Ruggiero, 2001).
Secondo uno studio sulla comorbilità psichiatrica con i disturbi da uso di alcol
(Borghesi, DiMauro, 1998), quest'ultimo è associato con i seguenti Disturbi
Comorbili:
.Disturbo da ansia (19,4%)
.Disturbo Antisociale (14,3%)
.Disturbo dell'Umore (13,4%)
.Disturbo Psicotico (3,8%)
Uno studio epidemiologico (Epidemiological Catchment Area), condotto nella prima
metà degli anni '80 su 20291 soggetti della popolazione generale, ha fornito
termini quantitativi di riferimento. In particolare tra tutti i soggetti che
avevano avuto una diagnosi di disturbo mentale, ben il 14,7% aveva in anamnesi
un disturbo da abuso-dipendenza da sostanze mentre il 28,9% riferiva un disturbo
da abuso-dipendenza da alcol. Coloro che hanno una storia di abuso da sostanze,
hanno un rischio 4 volte superiore di presentare un disturbo mentale, rispetto
alla popolazione generale. Nei sottogruppi diagnostici sono stati evidenziati
tassi di comorbilità con disturbi da abuso di sostanze nel 27,5% per la
schizofrenia, nel 19,4% per i disturbi affettivi e nel 42% per i disturbi di
personalità, soprattutto antisociale (Manna, Ruggiero, 2001).
PRESA IN CARICO DEI SOGGETTI CON DISTURBI DI PERSONALITÀ
Per questa tipologia di pazienti vi sono problemi di diagnosi differenziale in
quanto si deve effettuare una distinzione tra effetti acuti delle sostanze
(agonisti), effetti di astinenza (antagonisti), ed effetti permanenti residui o
patologie sottostanti indipendenti dalla droga. Queste alternative non sono
incompatibili tra loro. La diagnosi differenziale è importante per un efficace
programma di trattamento ed è necessaria una preparazione approfondita su
psicofarmacologia, psichiatria e tossicodipendenza (Woody et al., 1994).
In questi pazienti dobbiamo curare entrambe le patologie perché trattarne una
ignorando l'altra, porta verso un inevitabile fallimento.
La scelta degli interventi iniziali, dipende dalla natura e dalla gravità dei
sintomi e dal disturbo psichico sottostante.
L'approccio deve essere specifico per ogni paziente.
La cura viene divisa in due parti principali:
-Stabilizzazione dei problemi acuti: l'intossicazione, l'overdose e la crisi
d'astinenza, hanno delle manifestazioni fisiche, psichiche e neurologiche che
variano da persona a persona e queste manifestazioni, possono essere confuse,
nei tossicodipendenti con concomitanti disturbi psichici. Vi sono cose
importanti da accertare quali: il tipo di sostanza, il dosaggio e le eventuali
cure di malattie mediche o psichiatriche in precedenza diagnosticate. I sintomi
da crisi da astinenza, possono essere di natura psichiatrica e per questo
difficili da distinguere, dai sintomi che il paziente può manifestare
indipendentemente dall'alcol. L'alcol può aggravare i disturbi mentali o essere
un tentativo di autocurare i sintomi. Prima di sottoporre il paziente alla cura
a lungo termine, si deve esaminare la sindrome da astinenza.
-Trattamento a lungo termine: la cura del paziente, affetto contemporaneamente
da disturbi mentali e tossicodipendenza, è notoriamente difficile e presenta
aspetti molto impegnativi per lo specialista. Non molto tempo fa, le strutture
per i malati mentali rifiutavano i malati complessi a causa della
tossicodipendenza oppure prima di accettarli ponevano la condizione che prima
curassero l'assuefazione. Le strutture di recupero per i tossicodipendenti,
consideravano questi pazienti troppo malati per essere trattati e li rimandavano
alle strutture psichiatriche. In questi ultimi anni, si è visto che è
preferibile curare i disturbi di natura psichiatrica e quelli da
tossicodipendenza simultaneamente piuttosto che in sequenza. Per fare questo il
personale specializzato deve possedere l'abilità, la competenza e la
disposizione appropriata, per lavorare con questa tipologia di pazienti. I
programmi di trattamento a lungo periodo, vengono spesso modificati in base ai
bisogni individuali dei pazienti. La scelta della terapia dipende, dal disturbo
primario del paziente e dall'accessibilità delle strutture a disposizione. I
pazienti che la diagnosi differenziale classifica di tipo 1 sono curati meglio,
all'interno delle strutture psichiatriche che curano tutte le forme di malattia
mentale. Un programma per il recupero della tossicodipendenza, modificato,
servirebbe alla cura dei pazienti di tipo 2, quelli che in primo luogo abusano
di sostanze. Infine i pazienti di tipo 3 che sono i più gravi, dovrebbero essere
curati in un programma esplicitamente studiato per quel gruppo.
I trattamenti utilizzati sono simili a quelli per pazienti con disturbi
psichiatrici, che sono: la psicoterapia, la farmacoterapia, la terapia
comportamentale o la combinazione di una o più di queste modalità di
trattamento. Sono diretti da uno staff qualificato in campo psichiatrico
(psichiatri, psicologi ed assistenti sociali), con l'aggiunta di operatori
specifici per l'abuso di sostanze.
Questi pazienti, rispetto agli altri, hanno bisogno di una maggiore supervisione
e di trattamenti più specialistici.
E' di grande importanza l'ordine dei trattamenti cioè quale problema deve essere
affrontato per primo; di solito è l'abuso che dovrà essere tenuto continuamente
sotto controllo.
La comorbilità con i disturbi di personalità è predittiva di ricadute negli
alcolisti; il 44% degli alcolisti ha almeno un'inclusione sull'Asse II, il 18%
presenta disturbo antisociale ed il 21% borderline.
I SERVIZI DI PRESA IN CARICO
Solo recentemente i servizi hanno iniziato a confrontarsi con la comorbilità tra
uso di sostanze psicotrope e patologie psichiatriche. La gestione dei pazienti
complessi, presenta difficoltà, per quanto riguarda gli strumenti diagnostici e
le modalità di trattamento efficaci.
I piani d'intervento per la presa in carico di questi pazienti sono a livello
clinico, istituzionale ed organizzativo per questo è necessaria una
integrazione, tra i diversi Servizi Sanitari di cura che sono i Sert e i DSM
(Dipartimenti di Salute Mentale).
La comorbilità è un'area di confine che obbliga ad uscire dagli schemi rigidi
dell'organizzazione istituzionale, che per il momento non riesce a fornire
risposte adeguate al problema.
Mancano anche risorse adeguate al trattamento ed alla presa in carico sia sul
piano sanitario che socioriabilitativo ed assistenziale: strutture
semiresidenziali attrezzate, posti letto per ricoveri e progettazione di
percorsi assistenziali e riabilitativi.
Le difficoltà tra i due generi di servizi sono diverse, la prima consiste nella
loro diversità che si riscontra nella difficoltà di usare linguaggi e culture
condivisibili. Un altro impedimento alla collaborazione è la mancata conoscenza
tra i due servizi, specie per quanto riguarda i compiti istituzionali, gli
obbiettivi, le risorse disponibili, le modalità di accesso e la presa in carico
dell'utente.
Spesso a causa di queste diversità, la difficoltà si presenta al momento di
effettuare una valutazione diagnostica ed impostare il trattamento.
La diagnosi, la maggior parte delle volte, diviene il pretesto per atteggiamenti
difensivi e di delega o abbandono.
Per giungere all'integrazione di queste diverse tipologie di servizi dobbiamo
lavorare sulla risoluzione dei problemi e non sulla condivisione dei problemi
diagnostici.
Questo è un lavoro faticoso che va a ricomporre ciò che la divisione del lavoro
e la specializzazione hanno separato.
Il soggetto si deve sentire accolto come soggetto intero, anche se
multiproblematico, e ciò è possibile solo con una presa in carico più
continuativa e con lo stabilirsi, di un'alleanza terapeutica.
Muoversi in un'ottica d'integrazione, significa anche occuparsi della formazione
degli operatori, promuovere attività di studio e ricerca sugli obbiettivi di
lavoro comune (Barile, Cortese, Marcaccini, Punzo, 2000).
dott.ssa Chiappa Chetti Psicologa
indirizzo
Clinico e di Comunità |