Giovanni Siena, consigliere dell’Associazione Nazionale Di.Te., all’interno della Vivere Verde Onlus di Senigallia si occupa essenzialmente di minori e da oltre dieci anni è a contatto con migliaia di adolescenti. Un lavoro di “trincea” estremamente duro ma di grande soddisfazione che inevitabilmente lo ha portato a stretto contatto con le problematiche collegate al web.

Cosa accade in rete?

In rete ci sono gli iperspazi. I ragazzi si sentono ascoltati quando sono online, questa è la percezione che si prova. Noi domandiamo ai figli com’è andata la giornata a scuola. Dovremmo iniziare a domandargli com’è andata la loro giornata social. Sembra un paradosso, ma visto il tempo che trascorrono online, sarebbe una domanda legittima.

In rete manca la percezione del corpo. Hai i like per quello che pubblichi e per quello che posti. Ti identifichi con ciò che sei in rete. I ragazzi non sono dei fruitori dei social, sono la rete stessa, ne rappresentano l’anima e il palinsesto. La costruiscono ogni istante.  Caricano musica, si raccontano, la riempiono di foto e di filmati, sul web scorre una parte consistente  della loro vita. La rete è un elemento di velocità. In rete non si mangia, non ci sono profumi. Siamo soli di fronte ad uno schermo. Ogni cosa accade in un istante e questo porta ad agire senza starci troppo a pensare. Spesso a questa generazione abituata al tutto e subito domando: provate a far crescere un pomodoro in 20 minuti. Non è possibile. Dobbiamo ritrovare il tempo. Scoprire nuovamente le piazze, i quartieri.

La vita reale è altro…

Nella vita reale notiamo le espressioni, tutto è dinamico, posso correggere in un secondo uno stato d’animo semplicemente con un abbraccio. In rete tutto rimane sospeso, immobile, dogmatico. Non esistono sfumature. La parola non ha un tono di voce. Ogni affermazione coinvolge profondamente. Rappresenta un punto di partenza destinato a debordare e ad allargarsi a macchia d’olio. Le discussioni in rete sono terribili, si autoalimentano sfociando spesso nel rancore profondo.

Una volta esisteva il diario segreto, oggi tutto viene esposto alla luce del sole, perché?

I ragazzi raccontano tutto online perché hanno bisogno di approvazione. I genitori delegano al professore, all’istruttore di calcio, al catechista. Ecco allora che la necessità di approvazione si sposta verso l’esterno. Ognuno ha un suo pubblico giudicante in rete. I like sono uno strumento di auto affermazione. Esiste oramai una nuova forma di invidia legata all’utente che ha più like di te, perché secondo la logica della rete, lui è un persona che “funziona”meglio. Ha più successo di te. Ricordiamoci poi che in rete, come del resto anche  in televisione, i grandi numeri vengono raggiunti con i comportamenti peggiori. Le cose che fanno parlare, raramente racchiudono elementi positivi.

Giovanni Siena, che cosa pensa delle emoticon?

Un emoticon trasmette realmente ciò che provo?  Le emoticon vogliono dire per tutti la stessa cosa? A volte le “faccine” vengono fraintese e più che altro riducono le emozioni. Standardizzano gli stati d’animo, mentre noi abbiamo molte più sfumature. Le parole hanno un tono, un calore, c’è dell’altro. Non è possibile scrivere una poesia con le emoticon. Anche in questo caso mi viene in mente il concetto di velocità. Inviando un emoticon si risparmia tempo e non s’impegna la mente a cercare i termini giusti.

La tecnologia si è evoluta troppo velocemente?

Sì. Viviamo costantemente dentro un aggiornamento o una nuova generazione. Parliamo di prevenzione ma siamo già indietro. Bisogna riacquisire i ruoli portanti.

Qual è la linea che separa l’uso dall’abuso dello smartphone?

Non esiste l’uso o l’abuso dello smartphone , esiste la consapevolezza di chi possiede lo strumento ed è conscio delle sue possibilità e dei suoi limiti e chi non ha questa consapevolezza. La domanda finale è sempre la stessa. Chi trasferisce questa consapevolezza? I genitori ? La scuola?

Giovanni Siena, che cosa pensa del cyberbullismo?

Le cose da dire sarebbero molte. Mi limito a sottolineare questo aspetto: in rete, quella che nel bullismo potrebbe essere una vittima, può trasformarsi in carnefice. Le sue debolezze sono nascoste da uno schermo. Non esiste una sfida fisica, non c’è disomogeneità come quando ci si affronta di persona. Puoi lanciare parole come pietre evitando ogni rischio, ed immediatamente trovi dei seguaci pronti a proseguire la lapidazione virtuale. Sono comunque certo di una cosa. Molto raramente troveremo un bullo o un cyberbullo che è stato seguito con attenzione dai genitori, non parlo in termini di tempo ma di qualità del rapporto. Non è regalando uno scooter che si risolve il problema. Spesso i ragazzi hanno bisogno di altro e soprattutto hanno necessità di sentirsi dire dei no. Quante volte i genitori chiacchierano con un figlio, si confrontano e parlano? Oramai ognuno si rifugia dietro il proprio smartphone ed anche quando si è vicini si resta terribilmente lontani.

Lo scritto è pubblicato all’interno del libro “Cyberbullismo – Le storie vere di chi lo ha sconfitto” scritto da Luca Pagliari

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