Il direttore scientifico Di.Te. propone il Patentino Digitale obbligatorio a punti, due anni di formazione prima dell’accesso ai social e una rete di intervento precoce tra scuole, famiglie e servizi territoriali.
Roma, 17 settembre 2026 – Un percorso di educazione digitale di due anni, inserito nell’orario scolastico, che conduca a un Patentino Digitale obbligatorio a punti per accedere ai social dai 16 anni. È la proposta rilanciata dal professor Giuseppe Lavenia, psicologo, psicoterapeuta e direttore scientifico dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche e Cyberbullismo Di.Te. ETS, nel dibattito sull’EU Kids Act.
Al centro della posizione dell’associazione c’è la preparazione dei ragazzi: che cosa devono imparare prima di aprire un account e quale sostegno devono trovare quando l’esperienza digitale comincia a compromettere sonno, relazioni e vita scolastica.
«Possiamo discutere a lungo se la soglia debba essere tredici, quindici o sedici anni. Noi proponiamo sedici anni, ma chiediamo soprattutto di utilizzare i due anni precedenti per costruire competenze. Se fino al giorno prima lasciamo un ragazzo senza formazione, al compimento dell’età prevista avremo soltanto spostato in avanti il problema», afferma Lavenia.
Il Patentino Digitale proposto da Di.Te. prevede un percorso gratuito, una verifica finale e un sistema a punti accompagnato da attività di recupero educativo. Le prove dovrebbero riguardare situazioni concrete: una fotografia condivisa senza consenso, un profilo falso, una richiesta di denaro durante un gioco, una conversazione con un chatbot che restituisce informazioni inattendibili.
«Sapere dove cliccare non significa sapere che cosa fare. Un adolescente può utilizzare perfettamente una piattaforma e trovarsi completamente impreparato quando viene ricattato, escluso da un gruppo o esposto pubblicamente. La formazione deve arrivare prima di quelle esperienze e deve comprendere anche l’intelligenza artificiale».
L’associazione propone inoltre che ogni scuola individui un referente formato, collegato ai servizi territoriali, al quale studenti e genitori possano rivolgersi quando emergono difficoltà. L’obiettivo è rendere riconoscibile il percorso di aiuto, con modalità di accesso chiare e tutela della riservatezza.
«Una famiglia spesso si accorge che qualcosa sta cambiando, ma non sa a chi rivolgersi. Il ragazzo dorme meno, abbandona attività che gli piacevano, reagisce con crescente sofferenza quando deve interrompere la connessione. Questi segnali vanno ascoltati e approfonditi, senza trasformare ogni comportamento in una diagnosi e senza aspettare che la situazione precipiti».
Un’altra proposta riguarda la formazione degli adulti, attraverso incontri periodici nei quali genitori e insegnanti possano lavorare su casi reali e ricevere indicazioni applicabili nella quotidianità.
«Dobbiamo aiutare un padre a capire come intervenire quando suo figlio gioca tutta la notte, un insegnante a gestire l’umiliazione di uno studente in una chat, una madre a parlare di immagini intime senza colpevolizzare la figlia. Una conferenza all’anno lascia troppe domande senza risposta».
Per Di.Te., infine, i programmi di educazione digitale devono essere valutati nel tempo, verificando ciò che gli studenti hanno imparato e la loro capacità di affrontare situazioni problematiche.
«Contare quanti ragazzi abbiamo incontrato ci dice quanto abbiamo lavorato. Capire se sanno proteggersi, rispettare gli altri e chiedere aiuto ci dice se quel lavoro è servito. È su questo che vogliamo essere misurati», conclude Lavenia.
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