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Revenge porn e child grooming, boom di casi

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«Stanno girando dei miei video privati su social come Telegram e WhatsApp, video non condivisi da me e alcuni di questi fatti a mia insaputa. Ovviamente ho sporto denuncia, stanno rintracciando i colpevoli e chi si occupa della diffusione e della condivisione dei video, perché anche questo è un reato da codice rosso. È una situazione che non auguro veramente a nessuno. Sto provando a resistere, ma non tutti riescono, perché può capitare a chiunque. L’ho condiviso perché molte persone si trovano in questa situazione, ma non hanno il coraggio di parlare e si nascondono. Spero di dare voce a tutte quelle vittime che vengono colpevolizzate, quando in realtà il colpevole è dall’altra parte dello schermo, che riprende o ‘si limita’ a condividere». Con queste parole di denuncia, qualche giorno fa, sul suo profilo Instagram, Diana Di Meo, 22 anni, arbitro di calcio della sezione di Pescara, ha riportato alla cronaca il cosiddetto revenge porn, la porno vendetta ai danni di vittime, soprattutto donne, che si trovano violate nella loro sfera intima e vedono la propria immagine diffondersi in modo virale senza averlo mai concesso o addirittura dopo essere state immortalate a loro insaputa. Il caso di Diana non è purtroppo isolato, ma piuttosto un fenomeno in forte crescita, come rivelano i dati comunicati dal Centro Nazionale per il Contrasto della Pedopornografia Online (C.N.C.P.O.) della Polizia Postale e delle Comunicazioni nell’ultimo bilancio presentato a inizio anno: + 78% rispetto al 2021. Ma cosa si nasconde dietro al revenge porn? Chi diffonde illecitamente questo materiale agisce con l’intento di distruggere la reputazione dell’altro, e lo fa per rabbia, per vendetta, perché non riesce ad accettare un evento traumatico, come può essere una separazione. La vittima subisce un forte shock emotivo che condiziona la sua quotidianità, tende a isolarsi, a non avere relazioni con gli altri, si vergogna, si sente in colpa per la violenza subita, si sente sbagliata pur non avendo fatto niente di male e, se non viene aiutata da professionisti, rischia addirittura di avere comportamenti autolesionistici. Anche se non è sempre facile, è necessario quindi denunciare eventi legati al revenge porn, non solo perché in questo modo la vittima prende consapevolezza del forte trauma subito e può iniziare, con l’aiuto di esperti, un percorso di rielaborazione interiore per superarlo, ma anche per interrompere la diffusione virale del materiale e far scontare la pena del reato ai responsabili.

revenge porn

Ma purtroppo online non è l’unica forma di violenza e aggressione. In forte espansione (+98% rispetto al 2020, gli arresti per sfruttamento sessuale e adescamento online di minori, secondo i dati di C.N.C.P.O.), è la realtà allarmante del child grooming, un vero e proprio adescamento di minori, una forma di manipolazione psicologica che alcuni adulti mettono in atto nei confronti di bambini o ragazzi per costruire una relazione intima (anche a sfondo sessuale) basandosi sulla debolezza della loro vittima. Molto spesso l’adulto abusante è una persona che conosce il mondo dei giovani e le debolezze legate a quell’età, come per esempio il bisogno di attenzione, il senso di solitudine o di inadeguatezza. Il suo obiettivo è quello di costruire un legame simil-affettivo con il minore: usa il suo linguaggio (slang, emoticon, fantasie tipiche dell’innamoramento infantile…) e si intrufola in ambienti digitali come chat, servizi di messaggistica istantanea, social network, forum, ma anche videogiochi, costruendosi identità fittizie e creando conversazioni confidenziali. Il suo intento è quello di avere il pieno controllo della relazione, di esercitare la sua superiorità e il suo potere su una persona inferiore per caratteristiche fisiche e mentali al fine di manipolarlo e costringerlo a qualche forma di contatto sessuale. L’adescatore cerca quindi di costruire una relazione sempre più intima e corrisposta: costruisce un rapporto di fiducia con appuntamenti fissi in cui parlare di scuola, sport o altri passatempi preferiti, si dimostra vicino ai suoi bisogni emotivi, chiedendo di tacere rispetto al loro rapporto esclusivo. Ed è proprio dedicandogli tempo e attenzioni che spera di diventare il centro dei suoi interessi affettivi. Solo quando c’è affetto e stima reciproca, il manipolatore esprime in modo esplicito le sue intenzioni sessuali. Tutto questo ha ovvie e gravi ripercussioni psicologiche sull’identità del minore. La pandemia ha incentivato l’incremento di questo reato: il lockdown e le restrizioni sociali hanno portato i ragazzi a comunicare sempre più mediante lo schermo, spesso non conoscendo i pericoli a cui vanno incontro, diventando sempre più facilmente vittime di predatori da tastiera. Come adulti abbiamo il dovere di interessarci alla vita online dei nostri figli, di instaurare un dialogo anche sui pericoli della rete e prestare attenzione a eventuali segnali di allerta (nervosismo, aggressività, isolamento, regali ricevuti da sconosciuti, uso eccessivo di pc e smartphone…). E se scopriamo che è vittima di child grooming, dobbiamo denunciare e chiudere aiuto a professionisti. Senza vergogna, ma con forza e coraggio

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